Alla scoperta del Martello della Femmina Agabbadòra, custodito a Luras (al galluras)

Fino a qualche decennio fa in Sardegna si praticava una pratica che potrebbe essere paragonata all’eutanasia. Era compito di ”sa femmina agabbadòra” procurare la morte a persone in agonia. Era una donna che, chiamata dai familiari del malato terminale, provvedeva ad ucciderlo ponendo fine alle sue sofferenze. Un atto pietoso nei confronti del moribondo ma anche un atto necessario alla sopravvivenza dei parenti, soprattutto per le classi sociali meno abbienti: nei piccoli paesi lontani da un medico molti giorni di cavallo, serviva ad evitare lunghe e atroci sofferenze al malato.
Sa femmina Agabbadòra arrivava nella casa del moribondo sempre di notte e, dopo aver fatto uscire i familiari che l’avevano chiamata, entrava nella stanza della morte: la porta si apriva e il moribondo, dal suo letto d’agonia, la vedeva entrare vestita di nero, con il viso coperto, e capiva che la sua sofferenza stava per finire.
Il malato veniva soppresso con un cuscino, oppure la donna assestava il colpo di ”su mazzolu” provocando la morte.

IL RACCONTO DI PIERGIACOMO PALA, IL RITROVATORE DEL MARTELLO E PROPRIETARIO DEL MUSEO GALLURAS
Siamo nell’anno 1981, a Luras, con il caro amico tiu Ghjuanni Maria, signor Giovanni Maria, mi capita spesso di fare delle passeggiate in campagna. Durante una di queste mi dice che quando era bambino il nonno gli aveva parlato di una donna, delle campagne di Luras, che, utilizzando un martello di legno, aiutava gli agonizzanti a morire. Sul momento la notizia mi lascia indifferente ma, durante la notte, penso che dietro quell’informazione si possa nascondere qualcosa di molto affascinante e importante: il mio sollecitato interesse mi spinge a voler conoscere ulteriori particolari. Intervisto gli anziani del mio paese: nessuno ha mai sentito parlare di quella pratica. Vado, allora, alla ricerca dello stazzo, dove aveva abitato la donna che, presumibilmente, aiutava a morire. Tutto sembra impossibile, nessuno sa fornirmi informazioni o indicazioni. Comincio a documentarmi e… finalmente una bella notizia: le donne che aiutavano a morire, sas feminas agabbadòras, erano anche sas mastras de paltu, ossia le levatrici o ostetriche. Esistevano, quindi, donne che aiutavano a morire, le stesse che aiutavano a venire al mondo. Continuo ad intervistare gli anziani del mio paese, questa volta chiedendo loro chi erano sas mastras de paltu. Vengo a sapere che una di loro aveva abitato in uno stazzo proprio nella zona della quale mi ha parlato tiu Ghjuanni Maria. Inizio a controllare ogni angolo, millimetro dopo millimetro, degli stazzi della zona alla ricerca del martello della femina agabbadòra. Capisco subito che la ricerca non è facile, nessun segnale mi aiuta. Passano i mesi e gli anni. Arriva, così, l’anno 1993 e mi ritrovo a passare, per l’ennesima volta, nelle vicinanze di uno degli stazzi che avevo già ispezionato. Sono in corso dei lavori, mi avvicino per capire: demoliscono un muretto a secco. Sono rimasti da demolire pochi metri del muro. Sto per andare via, vedo una pietra del muro che mi incuriosisce: è diversa dalle altre. È di forma regolare, rettangolare, mentre le altre sono di forma irregolare, come in tutti i muri a secco realizzati con il granito. Mi avvicino e vedo che, nella parte superiore del cantonetto, c’è incastrato un piccolo cuneo sempre di granito. Estraggo il cuneo e la pietra cade. Chiudeva una nicchia; all’interno un martello di legno e dei piccoli frammenti di orbace nero. Quello che ho cercato per dodici anni, finalmente, l’ho trovato. Lo prendo e scappo via. Sono emozionato, soddisfatto, felice. Solamente dopo otto o dieci minuti capisco cosa si è realizzato. Il sogno che inseguivo da tanti anni è diventato realtà. La mia testardaggine è stata premiata. Il martello è visionabile al Museo Galluras di Luras.
Pier Giacomo Pala

VIDEO DOCUMENTARIO DI GALLURA LIVE PIU’ SIMULAZIONE UTILIZZO MARTELLO
ATTENZIONE, video non adatto ad un pubblico sensibile.

Redazione

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